Eco-fashion
Cosa c’è dietro ai nostri vestiti? Who made my clothes?

Come consumatori siamo molto più abituati a preoccuparci di cosa mettiamo nel piatto, è molto importante perché è legato alla nostra salute  ma anche quello che indossiamo può avere effetti sulla nostra salute, e sul mondo che ci circonda. Per questo è importante conoscere gli « ingredienti » dei nostri vestiti.

Il settore dell’abbigliamento è cresciuto in un modo esponenziale gli ultimi 40 anni, ma mentre prima erano i Paesi industrializzati a dominare la produzione, oggi sono i Paesi emergenti(Cina, India, Bangladesh, Cambodia…) a produrre la maggior parte delle esportazioni mondiali di tessile e abbigliamento mondiale . Uno dei fattori principale è il costo del lavoro molto competitivo,  la liberalizzazione delle quote di esportazioni a dato via libera ad uno scambio internazionale  intensificando  la competizione di produzione di massa a basso costo.

Siamo tutti andati a comprare una maglietta o un vestito da uno di questi grandi colossi della  cosiddetta fast-fashion( i giganti della grande distribuzione tipo Zara, H&M) che propongono una ampia e svariata scelta di capi alla moda .

Riescono a sfornare una quantità impressionante di capi anche al di là delle collezioni, tant’ è che le collezioni sono soltanto  un incentivo in più per fare vendere. L’ obbiettivo è creare un bisogno che ovviamente non  si avrebbe se non si vedessero sempre queste vetrine diverse e attraenti.

Ma appunto per essere cosi competitivo e economico, ci sarà un trucco.

Certo, si chiama controllo su tutta la catena di produzione, cercando di risparmiare su ogni cosa e sopratutto sulla manodopera. Per cui, un vestito potrebbe essere disegnato in Spagna, cucito in Bangladesh con tessuti provenienti dall’India e rifinito in Spagna presso le unità di controllo qualità. Nel frattempo, il vestito ha fatto il giro del mondo, senza parlare dell’inquinamento, della precarietà di chi l’ha cucito, delle sostanze nocive  contenute nel tessuto e nelle stampe,  dei litri d’acqua usati  per la produzione…l’elenco è lungo ma continuiamo a comprare senza rendersi conto di quello che c’è dietro. Sono i milioni di lavoratori e lavoratrici impiegati nelle reti di fornitura mondiali che intascano tra lo 0,5 e il 3 % del prezzo finale del prodotto mentre i grandi distributori e i marchi trattengono da soli l’80%. Non c’ è da stupirsi se il caro signor Ortega, proprietario della Inditex (Zara, Bersha…)è il secondo uomo più ricco del mondo, possiamo capire come si arricchito , purtroppo al discapito di milioni di lavoratori sotto pagati.

Ecco il prodotto della globalizzazione che avrebbe dovuto portare benessere diffuso e più sviluppi per tutti, secondo i fautori del neoliberalismo. Invece la realtà è ben diversa, network articolati e complessi che coinvolgono grandi distributori, marchi, agenti intermediari e buyer, fornitori e sub-fornitori fino ad arrivare in laboratori nelle periferie del mondo. L’industria del  tessile, la seconda dopo il settore alimentare rappresenta  del pil italiano, un settore  che va alla grande, peccato pero, che di italiano, c’è ben poco oltre al nome, il design e la gestione. Tutte le materie prime provengono dalla Cina, dall’India, dalla  Turchia, dal Bangladesh dove i criteri  e le norme di  produzione   seguono un regolamentato  legato alla legge del Paese stesso dove  il margine tra le norme europee e le loro sono enorme. Quindi già la materia prima potrebbe essere nociva con prodotti chimici allergeni e tossici. I tessuti vengono lavorati e trattati con  sostanze chimiche e coloranti , metalli, gomma e colle ma anche candeggianti ottici e  biocidi. Non bisogna stupirsi quindi di tutte le allergie, irritazioni e dermatite che provocano sul consumatore, che prima di capire che è quello che indossa a provocarli sono passati gli anni.

Dhalgara
francese di origine e italiana di adozione, cresciuta nelle alpi francesi da sempre sensibilizzata ad un modo di vivere responsabile ed etico. Viaggiatrice alla ricerca di esperienza di vita, di creatività e di bellezza. Consumare è un modo di esprimersi e di scegliere, per questo motivo sono convinta che consumare consapevole e coerente abbia un senso sia per il pianeta che per noi stessi. Per questo motivo, vorrei farvi condividere le mie scoperte, i trucchi, e anche le mia creazione fatte di riciclo sopratutto nel mondo della moda.

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